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Tommaso Picccoli (de lu isse)

Con l'armistizio dell'otto settembre, gli alleati sbarcarono in Sicilia e successivamente in Puglia con l'intento di liberare l'Italia dai tedeschi, i quali si erano insediati per tutto l'inverno anche nella nostra zona, occupando Casoli, Gessopalena, Torricella Peligna e Montenerodomo (dove vivevo con la mia famiglia in contrada Casale).
Tramite i "porta-voce" venimmo a conoscenza che a Montenero paese, i tedeschi avevano fatto saltare le case, mantenendo "in piedi" solo la casa di "Dragone" e quella di "Ruslin", poiché esse servivano per conservare i prodotti saccheggiati.
Considerata la triste sorte del paese, il giorno prima della Concezione (7 dicembre 1943) insieme a mia moglie incinta, i miei genitori e le famiglie di Francesca e Andrea, prendemmo le bestie che avevamo e andammo a Colle Buono (Roccascalegna). Fu una fortuna, perché l'otto dicembre, fecero esplodere le case a Casale, io da Colle Buono vidi saltare la chiesa vicino casa nostra.
Tuttavia, tornavo spesso a Casale, per prendere il grano ed altre provviste, nascoste con arguzia, in un pagliaio diroccato che apparteneva a Bambina.
Una volta, mentre tornavo, al Malvento (Colle Zingaro) mi accompagnai con Nicola de Matteo. Arrivati a Casale, lasciammo le giumente alla masseria di Bambina ed entrammo a casa della famiglia "di Matteo". Si fa per dire "casa", visto che c'erano solo la cucina e una camera, il resto era stato fatto esplodere precedentemente.
Ricordo ancora adesso: c'era la nebbia ed era impossibile vedere anche a poca distanza; comunque avevamo disposto le provviste sul letto, pronti per caricarle sul bestiame e poi tornare a Rocca; ma, mentre parlavamo, la moglie di Nicola rientrò in casa urlando "Ecco i tedeschi!!!", noi convinti che fosse uno scherzo abbiamo continuato a chiacchierare. In effetti, entrarono tre tedeschi (ma a causa della nebbia fu impossibile vederli prima in lontananza), mentre uno faceva da palo, altri e due saccheggiarono tutto quel ben di Dio; in quello stesso giorno anche dai miei genitori rubarono 12 galline.
La fortuna fu che non scesero sotto nella "terrata", dato che lì c'erano "le sacchette" che oltre al grano contenevano fucili e munizioni appartenenti al Fedele "Guardacampagne" che le usava per lavoro. Se fossero scesi sotto e avessero scoperto quell'arsenale, ci avrebbero fucilato tutti!
A Casale, i tedeschi avevano adibito la casa di "Marcaune", come ripostiglio per il bottino che di volta in volta depredavano. Con l'arrivo degli alleati, essi furono costretti ad allontanarsi, senza preoccuparsi di portare con sé le provviste. Approfittando della loro assenza, qualcuno andò a rubare quelle derrate, ma subito, quattro tedeschi tornarono indietro e seguendo le tracce lasciate sopra la neve (poiché era inverno), raggiunsero prima due uomini per la strada e mentre due soldati li presero e li accompagnarono a San Martino, altri due si diressero verso la masseria di Lorenzo Rossi. In quella situazione, solo Annina de Marcaune e mio padre, fecero in tempo a rendersi conto del pericolo ed ebbero la prontezza a buttarsi giù per i fossi e nascondersi. I tedeschi mentre arrivavano da Lorenzo, incontrarono una vecchietta, senza risparmiare alcuna atrocità la fucilarono e proseguirono; entrarono in casa e presero 11 persone e lo stesso le portarono a San Martino, precisamente a casa di Nicola de Benditt. Lì fecero una specie di processo e le fucilarono: le vittime erano sia adulti sia giovani, ricordo un ragazzo di 14 anni, era proprio bello, nemmeno lui fu risparmiato...
Finita la guerra, fu possibile ricostruire la casa, non solo grazie ai lavori di manovalanza da parte di noi monteneresi, ma soprattutto grazie all'intervento della famiglia Croce, che contribuì economicamente (soldi che poi ha riavuto sottoforma di contributi) all'acquisto del materiale edile. Così, la mia famiglia, come segno di riconoscenza è rimasta a lavorare dai Croce come socci.
Ho tentato anche la via dell'emigrazione, andando in Belgio in miniera. Purtroppo il mio fisico non era adatto a questo tipo di lavoro, quindi dopo tre mesi e mezzo fui costretto a tornare a Montenerodomo.

(Testimonianza raccolta da Sonia Tamburrino, membro del gruppo Pilota)

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